RIVER ART Levante Contemporaneo 2013 "ARNIGANDO" from LevanteContemporaneo on Vimeo.




RIVER ART Levante Contemporaneo 2013 "ARNIGANDO" from LevanteContemporaneo on Vimeo.

"arnigando"

"Per rendere il paesaggio, il paese vergine che il fiume docile a valle solo riempie del suo rumore di tremiti freschi, non basta la pittura, ci vuole l’acqua, l’elemento stesso, la melodia docile dell’acqua che si stende tra le forre all’ampia rovina del suo letto, che dolce come l’antica voce dei venti incalza verso le valli in curve regali: poi che essa è qui veramente la regina del paesaggio." Dino Campana.



"Arnigando", termine inventato da Rebecca Filippi,  la compagna di Luca Mauceri, sta a significare “navigare l'Arno” e ha dato il titolo al nostro progetto,  Un’espressione che ricorda un tempo ormai dimenticato quando, per mettere insieme qualcosa da mangiare in aggiunta al pane, occorreva la fatica delle braccia.
L'acqua nella storia del territorio del Levante Fiorentino è stato il tema che un gruppo di giovani artisti: Chiara Crescioli, Carmelo Cutuli, Luca Mauceri, Valentino Carrai, Nicoletta Gemignani, Laura Repetti, Riccardo Pistilli, coordinati da Leonardo Bossio, ha trattato, coinvolgendo non solo gli amministratori dei vari comuni ma anche le scuole, le associazioni, i circoli culturali, la gente tutta. Per approfondire la conoscenza di quel territorio il nostro mentore è stato Filippo Marranci, che ci è apparso come un'illuminazione, il tipo giusto, uno che conosce tutte le storie e ne sa una più del diavolo.  Ed è stato proprio così! Subito, al primo incontro, ci ha affascinati raccontandoci cose da non credere, di quelle che non se ne sentono più, legate al mondo contadino, lontane anni luce da queste d'oggi.
Venne un giorno con una carta geografica e ci illustrò il territorio, così com' è ora e come era prima: le strade e i ponti, il corso del fiume e i suoi affluenti, i possedimenti, i confini.
Spiegò perché l'oratorio della Madonna del Sasso si chiamasse così, cosa fosse una burraia, gli strani rimbombi (brontidi) sopra il Falterona, l'argine fatto costruire dai frati  di Vallombrosa per proteggere dalle inondazioni del fiume Sieve il paese di Rufina, e via dicendo...
Presi dall'entusiasmo, eccitati sul da farsi, convenimmo che era necessario eseguire dei  sopralluoghi e che risalire fisicamente quel territorio significasse intraprendere un viaggio, scendere con la memoria dentro i racconti che faceva Filippo.
Non sapevamo cosa avremmo incontrato: andavamo in cerca di segni, di testimonianze che legavano gli usi e i costumi alla terra, le credenze e la fede al cielo, certi che solo così avremmo, forse, capito quella cultura. 
Tracce indelebili si dischiudevano ai nostri occhi; si avvertiva struggente la nostalgia di ciò che era stato e con incredulità ci siamo interrogati sul perché oggi l'Arno appaia come in disuso, abbandonato a se stesso. Perché la sua forza non gira più le pale dei mulini? E i barchetti che fine hanno fatto? Forse che non si poteva navigare per andare su e giù fino anche a Firenze? E i bimbi, i ragazzi che vi facevamo il bagno con gli schiamazzi di un gioco inventato all'incanto? L'Arno brontola per la nostra indifferenza...
Le nuvole su nel cielo raccontano storie incredibili, fantastiche vicende d'uomini che si affaccendano in un lavorio continuo che par non aver termine, tutti intenti ad imbrigliare gli elementi.
Su, ancora più su, un continuo profondissimo silenzio si illumina di colori: improvvisamente avvampano lampi viola, misteriosi, accecano scombinando i calcoli, un doloroso crepitio annuncia il tuono che rimbomba in un fragore pauroso, come un pianto piove giù l'acqua.
"Piove, governo ladro!"  disse quello entrando di furia nel bar, tutto bagnato fradicio, agli avventori intenti al gioco delle carte. Era tutta la mattina che scendeva giù acqua a catinelle e dai vetri appannati, guardando fuori, quel grigiore non lasciava intendere nulla di buono; avrebbe piovuto per tutto il giorno e forse anche per tutta la notte.
"Quando troppa quando nulla!" gli rispose l'altro sfogliando il giornale. Come dire che è una questione di misura.
Ecco, la politica dovrebbe tener conto della misura visto che nemmeno il Padre  Eterno se ne occupa. 
Perché l'acqua sia di tutti e non di qualcuno, è affar nostro!
Tutto potrebbe essere diverso da quello che è?
 Macché! Si sente dire da chi se ne intende che è tutta una faccenda di economia, di costi e convenienze.
A me pare una questione da rivedere, urgente e di straordinaria attualità che andrebbe affrontata fidando sulla forza creativa che è in tutti noi.



Gente venite, venite a vedere i pesci miracolosi che nessuno sa di che razza sono!
Li ha disegnati Chiara, son spiaccicati sul muro della diga dell'Onda e con la luce si muovono, sfilano in processione con passo lento ostentando la loro più colorata livrea: bellissimi avanzano piano piano dentro un blu profondo, una misteriosa metamorfosi li tramuta in storie incredibili.
Vecchie foto si rianimano, si scompongono e ricompongono: ballano ancora i più bei giovani che un tempo furono all'Onda e i bambini rivivono il gioco della cesta scivolando ora nell'aria su una mongolfiera.
Poi quei pesci come d'incanto ritrovano le loro sembianze, il barbo, la trota, l'arborella, la carpa ... tutti d'accordo si danno appuntamento: - Domani in piazza a Pelago per farsi un bel bagno giù fino al pozzone!-
Sulla nuova strada di Rignano, quella che porta fuori del paese, sul pendio del colle, giusto all'altezza delle palestre, c'è un cerchio come un occhio che sorveglia col suo sguardo l'acqua dell'Arno. L'hanno fatto Laura e Nicoletta .
"Sull'Arno d'argento si specchia il firmamento", è un mosaico che riflette la trina delle stelle lassù nel cielo, collegando tutti quei punti uno accanto all'altro: disegna le figure dello zodiaco. Ce ne sono di bellissime: lo scorpione, il leone, i pesci e via dicendo, tutti a guardia della Luna che, quando passa lei, muove le acque e i nostri umori che, buoni o cattivi, ne risentono; io non ci credo, anche se ogni tanto non sto proprio bene.
Riccardo, detto Riccardino, quando ha visto il muro dei frati, lì a Rufina, se n’è subito innamorato. Mille più mille idee gli sono saltate sulla testa, una soltanto non lo ha mai abbandonato.
Scivolava su e giù su quelle pietre come fa l'acqua quando tracima.
- Un’ onda, un’ onda qui bisogna figurare!- Andava dicendo con garbata decenza come fa il pensatore. Di ferro l'ha forgiata, concava, perché vi scivoli con l'acqua la sabbia imprigionata, come accadeva una volta, quando la sventura portava con sé qualcosa di buono.
Ma è su alla fonte che bisogna andare, sul Monte Giovi con Carmelo a cercar le capre che un tempo c'erano e ora tutte se ne sono andate. Così, ne ha fatta lui una bifronte, in mezzo al castagneto, Fonte alla capra è il suo nome. Lì il comandante partigiano Potente di certo c'è passato; lì, sicuro si è  dissetato;  il volto del capro, rappresentato nella piazza che una volta era del mercato giù a Reggello, al posto del vecchio fontanello, non è certo un peccato, anzi è più bello! Di terracotta, con tutto il suo modellato appare in piazza accanto al porticato, mesce l'acqua all'assetato.
Sopra S.Godenzo tuona sul Falterona la Gorga Nera, le paure lì son di casa con la bellezza, scendono dal crinale e si nascondono nelle frane che precipitano giù a devastare.
Appare Gorga Nera vincitore e tutto intorno si copre di grigiore, si aprono ferite dentro il cuore e dagli occhi esce il terrore.
Il Badalischio è di casa dentro il monte, di tanto in tanto si sente brontolare un monito che non se ne vuole andare; c'è anche lui, che bisogna fare?
Cresce il faggeto e diviene sempre più bello, distesa tra le foglie si incontra un’ombra gigantesca, uno spavento! ma che sia una  burla, un grande orpello? 
Fatta è da Luca e Valentino a dissimulare quella credenza, loro che di certo hanno cervello.

adriano bimbi






"Terra di fiumi e piccoli torrenti"

Sono stato chiamato a collaborare al progetto “River Art” per la mia attività di ricercatore con il Centro di Ricerca e Documentazione della Cultura Orale istituito a Rufina dall’Associazione Culturale “La leggera”.
Mi è stato affidato il compito di presentare al gruppo aspetti poco noti della cultura legata al fiume e all’acqua nell’area dell’Unione di Comuni Valdarno e Valdisieve, così da aggiungere al lavoro dei partecipanti elementi che ne rendessero una lettura più approfondita. La mia esperienza di ricerca sul campo presso gli abitanti di origine contadina, artigiana e montanara e una documentazione bibliografica mirata, mi hanno consentito di delineare alcune tracce che potessero far emergere le relazioni materiali e immateriali tra l’ambiente, le persone, la presenza di fiumi importanti, il tema dell’acqua in generale in questa zona. L’approccio del mio contributo è stato quindi di tipo antropologico e in parte storico, senza volere, pretendere o poter essere esaustivo di un argomento così complesso. Allo scopo di fornire spunti di riflessione al gruppo ho individuato tre grandi aree tematiche.

Il fiume: confine e trait d’union

Siamo partiti dall’era in cui i ponti non c’erano, o erano precari e temporanei, o ancora pochi in confronto alla situazione odierna. In questo lungo arco di tempo che si è concluso negli Anni ’60 del secolo scorso, i fiumi si attraversavano a piedi quando e dove era possibile, o più spesso per mezzo delle navi, grandi barche un po’ più ampie degli “agili” barchetti dei renaioli, adatte all’imbarco di carri, merci e ovviamente persone. I tratti navigabili di Arno e Sieve erano punteggiati da numerosi attracchi o porti: la Nave a’ Martelli, di Remole, di Rosano, di S. Antonio a Sant’Ellero, della Rufina, con barche condotte da navalestri nel cui nome è celata tutta l’”arte” necessaria a questo mestiere: maestri di navi. Spesso la nave andava in direzione diagonale sfruttando la spinta della corrente e tornava tagliando il fiume in senso perpendicolare. I navalestri si aiutavano con uno o più canapi di corda o d’acciaio tesi da sponda a sponda per non perdere la direzione o affrontare maggiori portate d’acqua nella stagione piovosa.
Fino a ieri il fiume non è stato solo un confine naturale facile da individuare e rispettare ma anche una via di comunicazione, forse più agevole e veloce di molte “strade”. Dalla toponomastica di alcune aree si deduce una percezione del territorio di pertinenza senza soluzioni di continuità oltre il “confine” fluviale, come nel caso della successione delle località: Poggio a Remole, Remole, Gualchiere di Remole, Remoluzzo di qua e di là d’Arno, intorno alla frazione oggi nota col nome di Sieci. Ricordo il racconto di mio nonno paterno quando si recò a Remoluzzo per comprare una paio di buoi da lavoro e tornò a Remole e da lì a Doccia traghettando le bestie con la nave a’ Martelli. Andare a comprare i buoi di là d’Arno era la cosa più normale del mondo, se non la più “facile”.
Prima dell’invenzione del cemento armato costruire un ponte era un’opera ritenuta al limite delle possibilità umane, tanto da richiedere e giustificare l’impegno congiunto di tecnici e artisti e spesso ricorrere all’intervento leggendario di santi e diavoli. I primi ponti furono quindi tutti importanti, come il Ponte a Vico lungo il tracciato dell’etrusca Via dei Setteponti, poi romana Cassia Vetus, l’”autostrada” dell’epoca tra Fiesole e Arezzo, utile all’attraversamento del Sieve presso Rufina. Poi venne il Ponte Maggio più a valle verso la confluenza del Sieve in Arno, e al suo posto l’attuale Ponte Mediceo, il Ponte a Sieve – detto anche dei frati per via del convento francescano - commissionato da Cosimo I a Stefano di San Piero a Ponti e a suo figlio Tommaso, probabilmente su progetto di Bartolomeo Ammannati. Una storia simile a quella travagliata del ponte di Rignano sull’Arno, col tempo anch’esso più volte ricostruito e divenuto Mediceo, dove si chiese aiuto al celebre artista Bernardo Buontalenti.
I ponti e le navi sono luoghi di passaggio per eccellenza, testimoni della Storia come ci ricorda anche il Ponte di Bruscheto verso l’Incisa, detto d’Annibale (e il perché è facilmente deducibile), e luoghi d’incontro come ci suggerisce il Ponte di o del Cicaleto presso S. Godenzo, dove non sappiamo se il cicalare va riferito all’acqua, agli animali o alle persone.
Fiumi, torrenti, borri e fossi erano presenze, ognuna con una personalità e un nome, talvolta evocativo come Argomenna o estremamente concreto come Pelacane, tutti temuti o sfruttati ma degni di rispetto.
I limiti naturali imposti dal reticolo dei corsi d’acqua, forse in modo più diretto di quelli disegnati da crinali montani e collinari, hanno contribuito a delineare la suddivisione amministrativa del territorio che ritroviamo ancora oggi. Ma quando a far da confine è la neutralità dell’acqua, divisione e condivisione si confondono: ciò che sta al di là è inteso allo stesso tempo come differente e simile. Il tratto immediato e neutro del confine fluviale sublima i punti di collegamento, nel senso che esalta i valori della comunicazione, dello scambio e del confronto. Da questo punto di vista chi e ciò che garantisce il passaggio possono solo essere figure ed opere eccezionali: per cui i traghettatori erano dei navalestri e i ponti erano fatti ad arte.
Ancora oggi nel territorio in oggetto persiste un’organizzazione amministrativa incomprensibile ad uno sguardo superficiale, dove paesi e comunità apparentemente omogenei, benché divisi da un corso d’acqua, sono soggetti a un comune o all’altro a seconda della sponda su cui si affacciano: Pontassieve vs S. Francesco (Pelago); Pontassieve vs Rosano (Rignano sull’Arno); Rignano sull’Arno vs S. Clemente (Reggello); Rufina vs Montebonello (Pontassieve); Contea (Rufina) vs Sandetole (Dicomano); Diocesi di Firenze (sponda destra del Sieve) vs Diocesi di Fiesole (sponda sinistra del Sieve). Tutte realtà nelle quali tra l’una e l’altra riva di quando in quando riaffiora uno spiccato campanilismo del tempo che fu, e dove tuttora la presenza passata o presente di un ponte o di una nave costituisce un topos nel quale riconoscersi. Molti degli agglomerati urbani appena citati sono cresciuti o si sono ampliati a partire dagli Anni ’60 con il tracollo della mezzadria e l’abbandono dei poderi in campagna. In un territorio subappenninico e appenninico come il nostro i luoghi più congrui alla repentina espansione edilizia non potevano essere altro che i piani di fondovalle, ma è interessante notare che i siti “prescelti” coincidano con gli stessi destinati al passaggio e allo scavalcamento delle “vie d’acqua”. La spinta demografica verso le fasce neutrali dei fiumi, per una popolazione nata contadina senza possedere né casa né podere, fu probabilmente la più accettabile. La vicinanza all’acqua è forse stata sponda di sopravvivenza di un’identità rurale che ha trovato spazio in quella terra di tutti rappresentata dalle strisce demaniali che costeggiano i fiumi da ambo i lati. E’ qui che gli ex-mezzadri coltivano gli orti che ancora oggi donano carattere a questo territorio.



Il fiume e l’acqua: fonti di sussistenza e lavoro

Che la disponibilità d’acqua e la presenza di fiumi e torrenti sia un valore anche produttivo è un dato scontato e sarebbe superfluo elencare qui le centinaia di mulini per macinare granaglie e castagne, a seconda di dove si trovano, un tempo funzionanti su tutto il territorio in oggetto. Ciò detto vi sono singoli esempi o sistemi veri e propri d’impiego e utilizzo della risorsa idrica che contraddistinguono in parte la storia economica della zona di cui stiamo parlando.
Iniziamo dalle burraie, concentrate alle pendici di Poggio Ripàghera e Monte Giovi. Si tratta di piccoli edifici in pietra parzialmente interrati e sorti in prossimità o sul luogo di sorgenti più o meno vicine a cascine e poderi, privi di finestre e quasi sempre con una caratteristica apertura per l'aria posta sopra la porta d’ingresso, composti da uno o due ambienti, dove l’acqua fresca fluisce in vasche e vaschette che servivano per la manipolazione e conservazione del burro. La persistenza dell’uso civico di boschi e terreni montani, l’acquisizione e creazione di nuovi poderi d’altura dediti al pascolo e all’allevamento del bestiame vaccino, la crescente domanda di burro dai vicini centri urbani (Firenze e Mugello) e l’effetto delle riforme agrarie introdotte dal Granduca Pietro Leopoldo, furono condizioni favorevoli per cui a partire dal 1750 circa questa parte di Toscana, insieme a quella di Firenzuola, divennero tra i principali centri di produzione del burro nella regione. Non sfuggirà a nessuno che S. Brigida e Firenzuola siano soprattutto località note per le cave di pietra serena, materia prima idonea ai ripiani di lavoro delle burraie, per cui è questo davvero un caso esemplare di nascita di un’attività attraverso il connubio di risorse naturali disponibili: acqua, pietra e una fascia montana o di alta collina adatta al pascolo vaccino e a pochi altri utilizzi.
Prendiamo in esame la filiera di lavorazione della lana, pure fiorente un tempo in tutta l’area, cosa che ci permette non solo di conoscere altre modalità d’impiego dell’acqua a fini produttivi ma anche di evidenziare un sistema complesso e integrato di gestione della risorsa idrica, quasi un antesignano modello del concetto contemporaneo di sviluppo sostenibile. Per non tediare il lettore tralasciamo adesso di riscrivere le ragioni che resero il comprensorio dell’attuale Unione di Comuni Valdarno e Valdisieve uno dei poli importanti in Italia per la trasformazione della lana fin dal XIV secolo, e andiamo dritti agli aspetti che ci interessano. Quelle che comunemente chiamiamo pescaie, così familiari nel paesaggio fluviale locale, sono appunto degli sbarramenti realizzati in pali di legno, pietre, malte e detriti vari che assolvono a molteplici funzioni dalle quali inizieremo per la nostra descrizione ragionata. Le pescaie servono a rallentare la corsa di fiumi di lunghezza mediamente breve che, essendo a carattere torrentizio, sono soggetti a piene in cui la portata d’acqua aumenta rapidamente e la corrente acquista subito velocità. Questo tipo di assetto idrogeologico in un contesto a clima temperato mediterraneo con periodi di siccità, giustifica poi fondali relativamente bassi e secche estive, perciò attraverso le pescaie era possibile garantire delle piccole riserve d’acqua e la navigabilità di alcuni tratti. Quasi tutte le pescaie erano dotate di foderaie o caselline come quella che si vede ancora oggi alla Pescaia delle Sieci, veri e propri scivoli, aperti o chiusi mediante una cateratta, per permettere la fluitazione del legname da opera prodotto nelle Foreste Casentinesi, in quelle del Falterona e di Vallombrosa, verso Firenze e i centri urbani del Valdarno Inferiore. I tronchi, sospinti giù dalle montagne sfruttando la forza di gravità e trascinati da buoi, giungevano ai porti come quello di Sant’Ellero, legati in foderi (sorta di grandi zattere) venivano gettati in acqua e galleggiando sul fiume incontravano una pescaia. Il legname affollato lungo il bordo a monte della “diga” veniva spinto dai foderai, o foderatori, tramite una lunga pertica uncinata, verso la casellina. Così facendo i foderi ricevevano allora una nuova spinta per proseguire la fluitazione verso valle. Il recente ritrovamento archeologico dei resti di una segheria presso Castagno d’Andrea, attiva in epoca rinascimentale, conferma la lunga storia di questo sistema di trasporto del legno.
I bacini d’acqua creati dalle pescaie costituivano anche la forza idraulica che, incanalata nelle gore, azionava ruote di mulini, gualchiere, filande, setifici e cartiere. Nella zona possiamo elencare la gualchiera di S. Francesco di Pelago, quella di Visarno (presso Pontassieve) e le note Gualchiere di Remole (presso Sieci), tutte e tre dotate anche di mulini; una filanda nello stesso sito di S. Francesco, due filande e un setificio a Reggello, la filanda Grifoni a Pagiano di Pelago, una a Rufina, altre due a Dicomano; una fabbrica di tappeti ancora a S. Francesco; una cartiera a Montebonello. La disponibilità d’acqua corrente era funzionale anche per altri procedimenti indispensabili nella filiera di trasformazione della lana, per esempio: le tintorie (una a S. Francesco); i tiratoi, atti a lavare, stendere e appunto tirare le pezze tessute (uno a Pontassieve e l’altro a S. Francesco); il lavaggio del vello delle pecore ancora da tosare, come accadeva a Le Sieci quando, solitamente a Primavera, le greggi venivano costrette a saltare nello specchio d’acqua a valle della pescaia.
Nate probabilmente per assolvere a queste tre importanti funzioni: regimentazione di fiumi e torrenti, fluitazione del legname e produzione laniera, oltre che di seta, lino e carta, le pescaie favorivano anche l’approvvigionamento di altre materie prime: rena e mota. A valle delle pescaie, dove il fiume rilascia cospicui depositi di sabbia e ghiaia, lavoravano i renaioli che prelevavano la rena e la ghiaia dal fiume per uso edilizio, dotati di barchetto, stanga, pala a cucchiaio e barroccio (carro), poi soppiantati dalle draghe. A monte dove l’acqua ristagna, da fondali e rive si ricavava la mota d’Arno (fango), prima a mano e poi attraverso l’impiego di speciali idrovore. La mota mescolata ad altre argille serviva per realizzare laterizi come nel caso esemplare della Fornace Albizi delle Sieci, edificata nella seconda metà del 1700 e dove esisteva anche un bacino interno utile al riparo delle imbarcazioni o per far confluire l’acqua dell’Arno in piena che rilasciava fango.
Le pescaie però si chiamano così perché da sempre hanno rappresentato l’habitat ideale per numerose specie di pesci, dalle anguille ai neoarrivati siluri, e soprattutto perché costituiscono luogo agevole per la pesca. Franco Tucci nel suo diario: “Il vecchio borgo delle Sieci di sotto”, purtroppo stampato solo in cinque esemplari numerati, descrive nel dettaglio tutti i sistemi di pesca tradizionali, comprese postazioni e stagioni più idonee per ognuna delle specie cacciate e relative tecniche da adottare.
Dalla pesca alle gualchiere è interessante riscoprire e riconsiderare oggi un modello di autosostenibilità del territorio, sia dal punto di vista ambientale che economico, generato dall’opera di regolazione del flusso dei corsi d’acqua, attraverso la creazione di un sistema di pescaie e talvolta di muri di contenimento per bonificare le aree più pianeggianti. Rufina, ad esempio, deve il suo sviluppo oltre che alla vocazione vitivinicola, alla bonifica dei terreni adiacenti il Sieve intrapresa dai monaci vallombrosani della Villa del Poggiolo, che nel corso del XVIII secolo consolidarono l’ampio argine sinistro per mezzo di quello che è ancora chiamato il muro dei frati.
E’ emblematica infine la storia del Lago di Londa, nato tra il 1965 e il 1967, con la volontà di realizzare uno sbarramento artificiale sul torrente Rincine. A partire dal 1950 il territorio di Londa, forse ancor più degli altri vicini per via del carattere montano, vide diminuire drasticamente la pastorizia, l’agricoltura e l’allevamento del maiale (tre fra le attività principali della zona) tanto da determinare l’esodo di più del 50% della popolazione, la conseguenza fu una forte crisi sociale, economica, morale e psicologica. Il lago, ideato per favorire lo sviluppo turistico e le attività sportive ittiche, fu la risposta di una comunità consapevole di vivere in un territorio ricco di risorse naturali e che non poteva aspirare all’insediamento di attività industriali e infrastrutture connesse.



L’acqua: luogo d’incontro e dell’immaginario

C’è stato sicuramente un tempo in cui l’Arno, che sgorga a Capo d’Arno a distanza relativamente breve in linea d’aria dalle Vene del Tevere (M. Falterona e M. Fumaiolo), dopo il tratto casentinese proseguiva il suo corso verso Sud lungo quello del Clanis (l’odierno Canale maestro della Chiana), del Chiani e del Paglia, divenendo di fatto tributario del Tevere, per cui Capo e Vene furono le sorgenti di due fiumi che più a valle ne formavano uno solo. L’opera della natura e successivamente dell’uomo determinarono nel trascorrere dei millenni la bonifica della Val di Chiana e il corso dell’Arno come lo conosciamo oggi. Com’è noto il Valdarno Superiore fu occupato da un grande lago pliocenico da cui trae origine il fenomeno geologico delle “balze”. Ora, al limite Nord dell’antico lago è posta la frazione di Sant’Ellero, nel Comune di Reggello, dove nella chiesa dedicata a Maria Bambina si trova l’immagine scolpita di S. Gorgone immerso dalla vita in giù in un pozzo. La scultura non ha particolare pregio artistico ma è un esempio d’espressione della religiosità popolare, infatti il Santo è stato oggetto di venerazione in passato e lo è in parte tuttora quale intercessore privilegiato per la richiesta di piogge nei periodi di siccità o di Sole in quelli straordinariamente piovosi. Le processioni propiziatorie provenivano anche dai dintorni e soprattutto da Rignano sull’Arno. Da un punto di vista iconografico il “nostro” S. Gorgone non corrisponde al Gorgonio, martire cristiano del IV secolo a Roma, e la sua identità resta misteriosa. A me piace qui sottolineare un possibile nesso toponomastico dal carattere leggendario, per cui la presenza di S. Gorgone a Sant’Ellero potrebbe essere quel che resta di un “mito” legato al gorgo dell’acqua, che proprio in questo luogo avrebbe lentamente aperto la strada all’Arno verso la Piana di Firenze, provocando la definitiva scomparsa del lago del Valdarno.
Ciò detto la disponibilità dell’acqua pluviale è “da sempre” una prerogativa delle divinità, nella cultura contadina i processi naturali come l’alternanza delle stagioni e delle condizioni meteorologiche non sono mai concepiti come “certi”, anzi per compiersi o concludersi sono suscettibili dell’intervento umano attraverso forme rituali atte ad aiutare e curare il passaggio di stato o a mediare con l’entità inconoscibile che li governa. Ecco quindi che l’eccezionalità dell’assenza o l’abbondanza di piogge era vissuta come manifestazione e predominanza dell’elemento caotico nell’equilibrio vitale, a cui si rimediava con un processo di riappropriazione per mezzo di “ricognizioni territoriali”, come le processioni, perché queste potessero appunto “circoscrivere” e ricondurre a un ordine comprensibile ciò che doveva necessariamente restare un’eccezione. A questo scopo il territorio è disseminato di luoghi sacri “abitati” da taluni Santi, Madonne e Crocefissi cui era attribuito il dominio sugli agenti atmosferici: la Madonna delle Grazie al Sasso (S. Brigida), il Crocefisso della Pieve di S. Lorenzo a Montefiesole (Pontassieve), Maria Santissima di Rugiano - detta anche Madonna dei Boschi (Rufina), la Beata Vergine del Carmine ai Fossi o Madonna de’ Fossi (Pomino), tutte località dove si andava a chiedere l’acqua. Fin dagli albori della presenza umana sulla terra l’individuazione e la distinzione, il controllo e la gestione, delle acque buone e “cattive” hanno caratterizzato una lunga e complessa fase della storia nella quale il beneficio dell’acqua non era dato solo dalla potabilità, ma anche dalle virtù terapeutiche e curative. Da subito le acque buone divennero sacre mentre quelle “cattive” maledette, fino al punto di essere presidiate da draghi. In un saggio di Anna Benvenuti dal titolo: “Draghi, Santi e acque: miti e riti di fondazione”, si affronta il tema della sovrapposizione e trasmutazione simbolica tra serpente e drago che si pone in epoca cristiana alla base delle leggendarie lotte fra Santi e draghi, o serpenti, per sottrarre sorgenti e bacini idrici al dominio “mostruoso” e restituirli come bene pubblico. Con il crollo dell’Impero Romano la Chiesa, approfittando del vuoto amministrativo, affronta lo stato caotico conseguente e si occupa quindi di ridefinire i confini di territori, diocesi e “popoli” proprio a partire dalla pertinenza delle acque territoriali. In questo momento storico si afferma o riacquista vigore la pratica antica delle rogazioni, in cui tutti gli anni ogni comunità ridisegnava simbolicamente il perimetro del proprio “popolo”, attraverso lunghe processioni intervallate da soste a croci ed edicole votive sparse, dove venivano recitate le consuete invocazioni delle litanie indirizzate ogni volta ai quattro punti cardinali.
Tornando agli esempi locali e in particolare alle specialità di certe acque a Londa si trova la cosiddetta Fonte all’occhio, con funzione curativa delle malattie degli occhi, e a Reggello la Fonte lattaia, una delle tante in Toscana, ricca di calcio e quindi ritenuta utile alle donne per l’allattamento dei bambini. Vi è poi la Fonte di S. Francesco, presso l’Oratorio della Madonna de’ Fossi a Pomino, presunto miracolo del Santo che nel 1220 circa, probabilmente ospite di passaggio nel vicino ospizio eretto da suoi confratelli lungo la vecchia via di collegamento tra la Val di Sieve e il Casentino, fece scaturire in questo luogo una polla d’acqua purissima come si apprezza ancora oggi.
Tra i vari siti di nostro interesse spicca però l’acquitrino chiamato Gorga Nera, presso Il Castagno d’Andrea lungo il sentiero che dalla Fonte del Borbotto conduce a Capo d’Arno. La pozza si generò in seguito alla disastrosa frana del 15 maggio 1335, quando un’enorme massa di terra e pietrame si staccò dal Monte Falterona travolgendo per intero il paese di Castagno, poi ricostruito più a valle dove si trova tuttora. L’evento provocò numerose vittime e rese torbida per più di due mesi l’acqua del torrente Comano e dei fiumi Sieve e Arno fino a Pisa. Il fatto fu narrato da Giovanni Villani, cronista dell’epoca, e fu ripreso nel 1893 da Emma Perodi quale fonte d’ispirazione per la stesura della novella “Il barbagianni del Diavolo”, inserita nella nota raccolta “Le novelle della nonna”. Intorno al Monte Falterona, montagna ritenuta sacra già al tempo degli etruschi, le leggende si moltiplicano. Per esempio alcuni abitanti storici di Rincine, nella valle a fianco a quella di S. Godenzo e Castagno, sostengono che la montagna fosse stata in origine un vulcano e che il toponimo “Rincine” derivi da un etimo con il significato di “ai bordi del vulcano o del cratere”. In modo simile un’altra credenza è quella che ritiene il Falterona una montagna vuota al proprio interno, per cui Gorga Nera sarebbe un abisso senza fondo che dà accesso a questo enorme antro sotterraneo. Gorga Nera è un luogo ritenuto maledetto, che inghiotte, in passato una prova per trovarne il fondo con un sasso legato a una lunga corda sarebbe fallita restituendo soltanto la cima bruciata senza più la pietra, in anni a noi più vicini – Seconda Guerra Mondiale – pare addirittura che un carro armato sia scomparso nella sua acqua scura. Gorga Nera è uno specchio d’acqua ancora presidiato da un “drago” perché sarebbe il luogo di nascita e di dimora del cosiddetto Badalischio (creatura simile al mitologico Basilisco), sorta di mostruoso serpente con sguardo paralizzante e alito mortale che imperversa in Casentino. Gorga Nera in tutto il circondario romagnolo, casentinese e mugellano è ritenuta la località di provenienza dei bròntidi, i boati improvvisi e non immediatamente spiegabili con eventi atmosferici o sommovimenti tellurici che a Castagno e in altri siti vicini sono chiamati trabussi. Così in tutta l’area intorno al Monte Falterona quando si ode uno di questi rombi cupi si usa dire: tuona la Gorga Nera e sebbene talvolta si siano dimostrati come il preavvertimento di terremoti o repentini cambiamenti atmosferici, nella credenza popolare locale il trabusso è un’eco lontana: il rimbombo delle burrasche marine o del mare che sbatte sugli scogli di Calafuria (presso Livorno) o di un sinistro vento sotterraneo, tutti eventi che si manifesterebbero proprio attraverso l’ipotetico antro a cui porta l’abisso di Gorga Nera. E’ sempre la cultura popolare della zona che associa i terremoti locali all’azione sotterranea di un violento soffio d’aria, piuttosto che al movimento di masse rocciose, avvalorando l’idea di un sottosuolo vuoto.
Se è vero che nella notte dei tempi Arno e Tevere formavano un unico fiume le cui sorgenti si confondevano nella parte alta del corso con la ramificazione in due tratti, e che questa duplicità sia parte mitologica nella storia delle prime culture italiche, della presenza etrusca e della fondazione di Roma, a noi non può sfuggire come la stessa dualità caratterizzi la rappresentazione simbolica del Monte Falterona. Colpisce che alla stessa altitudine sul versante opposto a quello di Gorga Nera troviamo il noto “Lago degli idoli”, poco sotto la sorgente dell’Arno, appunto di nuovo un minuscolo specchio d’acqua con significati e usi contrari a quelli dell’acquitrino scuro. Nel “Lago degli idoli” infatti è stata rinvenuta una delle più importanti stipi votive del mondo etrusco, costituita da migliaia di pezzi tra bronzetti, punte di freccia e monete, rilasciati come forma di culto nelle acque del laghetto lungo un periodo di tempo compreso tra il VI e il III secolo a.C. . Il culto che prevedeva l’offerta di così tanti oggetti con l’immersione in acqua è ancora oggetto di studio, ma ciò che mi preme sottolineare è l’ambivalenza complementare e “sacra” delle due facce del Falterona: l’una che inghiotte, frana, intorbida l’acqua, emette boati ed ospita mostri; l’altra che dona acqua buona ed è casa di dei, come forse anche in località Monte di Gianni, poco lontano dal “Lago degli idoli”, il cui toponimo ha fatto ipotizzare a tanti la presenza di un tempio dedicato al dio d’origine italica, Giano, guarda caso bifronte: dio che presiede agli inizi materiali e immateriali, ai passaggi in senso lato e alle cose prime per “dignità”, che perciò vede indietro e avanti e che ha dato il nome al primo mese dell’anno, gennaio. Dante già esule da Firenze ebbe modo di conoscere questi luoghi … ma non sapremo mai se proprio la Falterona l’abbia ispirato nella descrizione di quella selva oscura che gli è passaggio per il famoso viaggio nell’oltretomba.
Già nelle filastrocche e nelle storie o ballate di tradizione orale l’acqua, le sorgenti e i laghi sono occasioni e luoghi dove si potevano incontrare prìncipi e cavalieri, ma c’è di più, per quel che ho sentito raccontare dalla viva voce di tanti anziani del territorio, sono anche posti dove ci si sente. Secondo la credenza locale le croci sparse nella campagna, i valichi, certe radure nei boschi, talune case e ville, alcuni castelli e oratori sono tutti luoghi in cui lì ci si vede, cioè dove potrebbe capitare di percepire ombre di spiriti e fantasmi, mentre i ponti sono luoghi in cui lì ci si sente, dove si udirebbero lamenti umani o animali e colpi sordi o rumori di catene che provengono proprio da sotto il ponte. Sono le cosiddette storie di paura che venivano raccontate la sera a veglia prima di andare a letto. Probabilmente servivano a segnalare pericoli reali, come quelli che si corrono nello sporgersi eccessivo da un ponte o sostandovi sopra durante le piene di fiumi e torrenti. Forse il fine più interessante era l’intenzione di suscitare in chi le ascoltava, spesso bambini e ragazzi, le sensazioni di meraviglia, sorpresa e stupore secondo una duplice funzione: alimentare e preservare un livello alto di attenzione - necessario a chi vive in campagna o in montagna – e continuare ad associare un’identità anche ai luoghi più disparati per costruire un senso forte di orientamento e appartenenza a discapito di un atteggiamento indifferente verso il territorio che si abita. L’immaginario quindi che oggi tendiamo a delegare totalmente alla nuova dimensione virtuale dell’era informatica, era necessariamente a portata di mano, dietro e sotto casa.
Manca il tempo e lo spazio per approfondire in questo scritto il tema della toponomastica narrativa, attraverso cui continuare a rintracciare nei nomi di luoghi segni distintivi e frammenti di vissuto delle diverse comunità, cogliendo appunto ulteriori elementi per la conoscenza dell’immaginario locale, dei trascorsi storici e delle qualità ambientali. Restando sul sentiero fin qui percorso è sufficiente pensare al toponimo: Londa, la cui radice è L’Onda con l’articolo, con presumibile particolare riferimento alla confluenza tra i torrenti Moscia e Rincine, dove è sorto il paese; oppure a Vallombrosa, il cui nome antico è Acquabella, e a tanti altri che ora sarebbe inutile elencare.
Per concludere però il mio ragionamento mi soffermo infine su Fonte alla Capra, presso l’omonima faggeta sulla cima di Monte Giovi, perché dal toponimo s’intuisce la vocazione del luogo: area limite tra il domestico e il selvatico, attorno ai 992 mt. di altitudine della vetta e idonea per poche attività: appunto il pascolo caprino e la coltivazione di patate e castagni. Per queste sue caratteristiche di zona accessibile e inaccessibile allo stesso tempo, relativamente vicina ai centri abitati e alla città di Firenze, Monte Giovi e la Faggeta di Fonte alla Capra, dopo l’8 settembre 1943 divennero uno dei principali luoghi di organizzazione e concentramento delle formazioni partigiane nella storia della Resistenza toscana. A Fonte alla Capra, con l’appoggio straordinario della popolazione locale, gruppi e brigate si ritrovarono per l’addestramento pratico e la formazione teorico-politica. A me piace pensare che proprio i caratteri peculiari della capra: testardaggine, capacità di adattamento ai terreni più impervi, indole selvatica e domestica insieme, siano stati un utile inconsapevole riferimento per i giovani antifascisti che in quel momento storico scelsero la Lotta di Liberazione.
Con il gruppo di artisti siamo andati in molti dei luoghi citati snocciolando nozioni e sensazioni che ci hanno fatto riflettere sulla possibilità di un “ritorno all’acqua” e la necessità del recupero di una cultura del fiume e del torrente. Abbiamo provato la meraviglia di chi riscopre una cosa dimenticata e rivissuto la frustrazione dell’impossibilità di bagnarsi nel fiume, come faceva mio padre. Ringrazio per l’opportunità che mi è stata data e soprattutto sono riconoscente al gruppo, compresi Leonardo Bossio e Adriano Bimbi, per aver creduto nell’approccio da me proposto fino al punto di spingermi a dare anch’io un contributo creativo sul tema, attraverso il linguaggio tradizionale della poesia in ottava rima, con la composizione che segue:


Terra di fiumi e piccoli torrenti
Arno non cresce se Sieve non mesce
l’acqua lo dette i’ nome a queste genti
e proprio l’acqua le divide e unisce

in ogni dove scorrere la senti
vedi guizzar per aria qualche pesce
tuona la Gorga Nera in Falterona
gli è sempre l’acqua sotto che rintrona

Per prima S. Godenzo l’acqua dona
Rincine e Moscia poi la fanno Londa
spilla a Fonte alla Capra l’acqua bona
i’ Rufina disegna l’altra sponda

i’ Ponte poi la Sieve la incorona
innanzi che co’ l’Arno si confonda
da i’ Sasso scende i’ Sieci piano piano
di Pelago e Sant’Ellero i’ Vicano

Una carezza l’Arno fa a Rignano
Reggello e la Secchieta allor si vede
i’ Resco fresco come i’ Tramontano
tra quelle balze ce lo mette un piede

sette comuni stringo nella mano
son tutti di’ Valdarno e Valdisieve
otto sono gli artisti a lavorare
perché dei fiumi si torni a parlare

L’acqua movèa i martelli pe’ gualcare
scorrèa veloce in quelle gore strette
e le filande la facèa girare
e de’ mulini le rote a palette

con la pesca ci s’avèa anche da mangiare
co’ la mota si faceva l’ ambrogette
passava i tronchi dalle foderaie
segati apposta su nelle abetaie

L’acqua serviva allor pe’ le burraie
nei fiumi si lavava greggi e panni
i renaioli sotto alle pescaie
e rilevàan la rena e tanti danni

se manca l’acqua e seccano le ghiaie
s’andava in processione tutti gli anni
pe’ domandare a crocefissi e santi
facessero veni’ piogge abbondanti

Vorrei ci fosse ancora un navalestro
che mi traghetta in un mondo più onesto.


filippo marranci



RIVER ART "Sogni di pesci fuor d'acqua" Chiara Crecioli LONDA from LevanteContemporaneo on Vimeo.